Architektur im Gelände, Architecture in the territory, Architectures dans le territoire


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Descrizione della cartella di grafica d'arte.

Venticinque i ritratti di architetti svizzeri, eseguiti su lastre di rame dall’artista Daniel Maillet, che ha inciso l’effigie direttamente dal vero con la tecnica della puntasecca ‘‘maniera di Parigi’’. La sequenza dei ritratti corrisponde all’ordine cronologico di esecuzione. La stampa delle incisioni è stata eseguita con torchio calcografico a mano su carta di puri stracci delle Cartiere Magnani di Pescia, nella stamperia La Tavolozza a Milano. Dopo la stampa le lastre sono state biffate. Il contenitore è fabbricato artigianalmente, in legno e cartone, ricoperti con carta Ingres Fabriano dalla Legatoria Morra & Lazzarin di Mestre a Venezia.
Un quaderno di carta Ingres Fabriano è inserito nella ribalta interna della cartella, con scritti di Annalisa Zumthor-Cuorad, Jacques Gubler, Helga Leiprecht, Anna Meseure e Leonardo Zanier. I testi sono fotocomposti in caratteri Bodoni dall’Istituto grafico Casagrande a Bellinzona e stampati dalla Serigrafia Atelier 3 a Locarno. La tiratura dell’opera è limitata a trentacinque esemplari numerati da 1 a 35 e a dieci copie numerate da I a X.
Finito di stampare il VI-III-MCMXCIX


Coloro che fossero interessati alla raccolta delle opere agli studi o alle prove di stampa, possono mettersi in contatto con la nostra redazione.


Fabio Reinhart
Luigi Snozzi
Mario Botta
Alfred Roth
Ernst Gisel
Ivano Gianola
Inès Lamunière
Patrick Devanthéry
Aurelio Galfetti
Livio Vacchini
Tita Carloni
Alfredo Pini
Eraldo Consolascio
Marie Claude Betrix
Peter Zumthor
Fritz Haller
Paul Waltenspuhl
Roger Diener
Jakob Zweifel
Lisbeth Sachs
Wilfried Steib
Katharina Steib
Theo Hotz
Flora Ruchat-Roncati
Alberto Camenzind

Puntasecca

Venticinque visi, venticinque ritratti di persone che fanno lo stesso mestiere, che vivono nella stessa area culturale, riprodotti scavando con la stessa tecnica, sullo stesso materiale.
Anche se coprono lo spazio di tre generazioni, hanno fatto più o meno le stesse scuole, in quelle scuole vi hanno insegnato o vi insegnano,
o prima o poi ci insegneranno; condividono idee ed esperienze, si conoscono, comunicano, competono, si alleano, talvolta si ignorano, altre confliggono; hanno visto cambiare sempre più rapidamente il loro mestiere: il ruolo e l’utilità sociale, il rapporto con la committenza. Hanno segnato il territorio con interventi importanti, talvolta eccellenti, ma nel contempo hanno visto, impotenti, raramente complici, imbruttire città e crescere periferie sconclusionate e orrende. Esagerando appena: da demiurghi della pianificazione urbanistica a suggeritori dei “Generalcontractors”; da costruttori di “Siedlungen”, utopiche e reali, a progettisti di casette unifamiliari, sparse come pecore al pascolo sugli ultimi spazi verdi.



“A questi ritratti ci sto lavorando da più di un anno” - mi dice Daniel Maillet, l’autore, facendomeli vedere e cercando di motivarmi a scrivere uno dei testi che acompagneranno le incisioni - “è stato un lavoro appassionante e ora che è concluso, almeno per questa fase, mi sembra quasi impossibile di esserci riuscito. È stato anche faticoso, ma per lo sforzo fisico che richiede la tecnica dell’incisione, tant’è che mi si erano infiammati i tendini della mano destra e ho dovuto farmi fare delle punture di cortisone”.

Siamo nel suo studio. Mentre parla fa scorrere con perizia e paterna precauzione, uno dopo l’altro, in un silenzio che aspetta un commento o commentando brevemente lui stesso, i grandi, spessi e luminosi fogli (60 per 60 centimetri) di bellissima carta prodotta con le più raffinate e rigorose tecniche artigianali. Al centro di ogni foglio, in un quadrato più piccolo (31,5 per 31,5 centimetri) appare, stampato a mano, il ritratto.
Le prime domande sono: Perchè dei visi? Perchè puntasecca? Perchè gli architetti? Tutto si svolge nella forma di una chiacchierata, della quale fisso ogni tanto, singole frasi. Rilette ora una dopo l’altra,
a distanza di tempo, diventano gli scalini di un percorso, gli anelli di un ragionamento. Altri scalini si aggiungono con alcuni suoi appunti di lavoro. Magari tra uno scalino e l’altro entra del mio, ma non per stravolgere, diciamo come necessari raccordi:

“Intanto mi piace lavorare con le persone. Dal vivo. Disegnare corpi, visi. È una scelta che si è, potrei dire, imposta. Che ha radici anche nella mia storia minuta e personale e in quella più generale e culturale delle mie origini e della mia famiglia, che si rifà alla cultura mitteleuropea.
Disegnare un viso dal vero presuppone un’attitudine da medium, capacità di estraniazione, innocenza nel guardare, significa anche sapersi liberare dal giudizio, disegnare quello che si ha davanti prescindendo da ogni critica. Per vedere di più. Registrare quello che si vede: una palpebra cadente, una guancia gonfia, un occhio limpido o uno sguardo torbido, un naso teso o molliccio. Ma il segno che si traccia è al contempo invenzione pura, atto che si lega intimamente all’esistenza e alla vita. Il ritratto è innanzitutto valorizzare l’individuo che ognuno di noi è”.



E la puntasecca? Perchè quella tecnica che non è la più facile?... “Prima o poi ci dovevo arrivare, anche perchè mio padre, Leo Maillet, che fu uno dei miei maestri, era un validissimo incisore e la puntasecca era una delle sua specialità, con questa parte della mia storia e della mia eredità non potevo non misurarmi. Ma l’incisione la sento come un mezzo di espressione fortissimo, che valorizza il segno e l’invenzione della scelta poetica, essenziale, accuminato... Come supporto ho adoperato delle lastre di rame, quadrati con 31,5 centimetri di lato, su cui ho inciso direttamente, dal vivo”.
La tecnica di incisione scelta per questo specifico lavoro:
“puntassecca alla maniera di Parigi” (si pratica con uno strumento affilato piatto, non appuntito) permette di ottenere un segno chiaro e netto: “Un segno come metafora per indicare la sobrietà che possiedono le architetture raffinate e rigorose, per descrivere persone che con caparbietà, persistenza e lucidità, riescono a materializzare il loro pensiero”.

Perchè gli architetti?... “La prima serie di ritratti volevo, in ogni caso, riservarla a chi lavora nella cultura. Inizialmente pensavo di ritrarre solo dei ticinesi. Gli architetti tra tutti i gruppi omogei possibili: scrittori, attori, musicisti, sono certamente il gruppo più significativo e per il e in Ticino uno dei fatti culturali più importanti. Ma quasi subito ho allargato a tutta la Svizzera. La scelta è stata giusta, perchè poi ho visto quali e quanti legami siano attivi nei due sensi e con il mondo”.
Ma ci sono altre ragioni, più forti, che lo hanno fatto decidere per questo mestiere: “Rendere omaggio al loro lavoro, al loro impegno, per le tracce che ci resteranno, per secoli, per l’armonia che rivendicano e costruiscono e che ci lasciano come prova di una possibilità concreta e fattibile, anche se mai scontata, della bellezza”.
Anche per sottolineare i loro valori in opposizione alle pessime e sempre più diffuse costruzioni che ci chiudono nell’inaccettabile inquinamento visivo in cui viviamo? “Certo attraversare i nuovi agglomerati incolti, squallidi, ferocemente individualisti, disadorni e improvvisati è, per me, una vera e continua sofferenza”.



Perchè venticinque? “Non è un numero magico o cabalistico.
Se vuoi è solo una scelta tecnica: 5 x 5 = 25. Ho già detto delle misure esterne della carta su cui è stampata l’incisione. Pensavo, dall’inizio, ad una grande parete in cui vengono assemblati tutti questi visi compresi in un grande pannello quadrato di 3 per 3 metri, oppure, ma in via subordinata, ad una lunga parete, che magari si snoda, in cui si susseguono 15 metri di visi. Se si pensa a dei visi allineati il numero non è importante, ma se si punta sul quadrato sì”.
Infatti la composizione immediatamente successiva conterebbe 36 ritratti, quindi, in crescendo, 49, 64, ecc., con quadrati rispettivamente di 3,60 / 4,20 / 4,80 netri. Sono misure che si addattano a pochissimi spazi espositivi, con l’aggravante che le righe superiori dei ritratti si allontanerebbero troppo dall’occhio.

Come hai fatto le tue scelte? Insomma perchè quei visi e non altri?
Da chi hai cominciato? “Ho cominciato da Fabio Reinhart, è stato in parte casuale in parte voluto, anche perchè mi avevano detto che è uno dei più appartati, forse un po’ per scelta, ma conosce tutti, abbiamo parlato di tutto, la seduta è andata benissimo; il secondo è stato Luigi Snozzi: è venuto qui, spontaneamente, addirittura nello studio, mi ha molto incoraggiato ad andare fino in fondo al mio progetto”. La procedura è stata messa a punto man mano: raccogliere nomi e mini biografie, telefonare, spiegare, alcuni hanno declinato subito, altri nicchiavano ma poi si arrivava a fissare un appuntamento, ma alcuni non si son fatti più vedere.
“Non insistevo più che tanto, accettavo che si determinasse una sorta di selezione naturale”.



Chi manca? Nel senso di architetti che avresti comunque voluto ritrarre e non ci sei riuscito? “Manca Rino Tami, avevo telefonato, ci eravamo dati appuntamento, sapevo che stava male, è morto prima che riuscissimo ad incontrarci”. Si capisce che gli dispiace di non aver potuto fissare anche quel viso così profondamente inciso e segnato, di aver perso quel profilo severo e ironico assieme, con un naso affilato e importante come era importante e profonda la sua voce.
“Così è successo anche con Alberto Sartoris. Con Alfred Roth sono arrivato appena in tempo. Era ancora lucido, ma i suoi occhi erano quasi completamente opachi. Non è facile rendere degli occhi opachi. Incidere il buio”. C’è riuscito. Roth nell’ultimo periodo era proprio così, come l’ha reso: la pelle del viso non copriva carne, vi era oramai solo appoggiata, come un vecchio guanto sulla spalliera di un divano, direttamente sulle ossa del cranio.
“Manca anche Dolf Schnebli: avevo telefonato, ci tenevo molto, la casa dove abito e dove ho l’atelier l’ha costruita lui, per mio padre. È un bel viverci, anche se la famiglia cresce e la dovrò ingrandire”.
Ho saputo dopo che tra il padre e Schnebli ci fu una rottura mai più recuperata. Anche al padre la casa piaceva molto, ma finito il cantiere non si sono più parlati. Ma questo con il mancato appuntamente c’entra poco.
“Al telefono mi ha risposto una signora. Non mi ha incoraggiato, anzi ora a ripensarci, mi ha come depistato. Non ho voluto insistere. Ma ritornerò alla carica. Se più in là farò una nuova serie vorrei
poter inserire anche: Studer, gli Hausmann, Füegg...”.

Come hai vissuto questa esperienza? Come continuerai?
“Non lo so ancora. Ma spero che la mostra, dopo quella che sto organizzando a Zurigo, possa realizzarsi in Ticino. Da qui avrei voluto partire, ma ci sono state molte incertezze e incomprensioni.
Mi piacerebbe fare almeno una seconda serie di ritratti. Se si manifesterà un interesse sufficiente la farò di sicuro. È stata un’esperienza appassionante: euforica e traumatica assieme.
Euforica, nel senso che mi rendeva euforico conoscere persone così diverse e spesso così piene di sensibilità e di bellezza; traumatica: per la paura di non riuscire, è il rischio vero che si corre sempre quando si crea; per il tempo che comunque ci vuole a fare un ritatto. All’inizio ci mettevo più di un’ora, ma diventavo via via più sicuro e più veloce. Alla fine son riuscito a fare dei ritratti in venti minuti.
Un record. Guadagnavo tempo per la conversazione. Ho scattato di ognuno anche molte foto. Non per intervenire sul ritratto dal vero, non ho corretto nessuna incisione; farlo aiutati dalle foto è comunque da evitare, rischia di appiattire tutto. Ma le ho scattate in vista di un possibile catalogo. Spero che prima o poi lo si potrà fare”.

Maillet alla fine ripropone lui stesso un tema a cui tiene moltissimo: Perché il disegno dal vero?
“È come agire in continuità con i grandi maestri del passato, dando forza ad un operare artistico in cui il DISEGNO” - lo dice proprio in lettere maiuscole - “come disciplina, saper fare, linguaggio e strumento poetico, ridiventa il solo sovrano, rioccupa il posto che gli spetta nella creazione e nella comunicazione artistica; da dove invano operatori culturali e mercanti han cercato
di scalzarlo”. Da qui si riparte...


Leonardo Zanier, Riva San Vitale, 31.1.1999 / Zurigo, 1.2.1999


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